|
Nascita e sviluppo del turismo montano
Parlare di turismo per la montagna friulana vuol dire ripercorrere
una storia abbastanza recente, come è del resto tutta la storia
del turismo, un fenomeno che da attività riservata a pochi
e facoltosi signori, si è trasformata negli ultimi anni in
una vera e propria industria di massa. Quando nella regione
Friuli-Venezia Giulia cominciano a muoversi i primi passi
dell'attività turistica, siamo alla fine dell'Ottocento, questa
era incentrata prevalentemente nella sola stazione balneare
di Grado ed in alcuni centri urbani (Gorizia e Trieste), mentre
nell'area montana era molto modesto, sia perché il turismo
sulle Alpi si sviluppò successivamente, sia perchè molto forte
era la concorrenza con gli altri centri montani dell'Impero
asburgico. Comunque, a quell'epoca qualche presenza alberghiera
va segnalata nella Val Canale (Tarvisio, Malborghetto, Pontebba)
ed in particolare nella stazione termale di Bagni di Lusnizza.
- Dall'inizio
del 1900 alla prima guerra mondiale
Con l'inizio del secolo comincia ad essere conosciuto, accanto
a Grado, anche il centro di Lignano. In montagna inizia
la sua attività la stazione termale di Arta, mentre scoprono
una qualche vocazione turistica anche i centri collinari
di Tricesimo e Tarcento, favoriti dal passaggio della ferrovia
pontebbana, unico mezzo di trasporto utilizzato dai primi
turisti, oltre alla bicicletta e a servizi di trasporto
pubblico.
Ma fino alla prima guerra mondiale, molto scarsa fu la domanda
turistica, sia interna che proveniente dall'Impero, tranne
per Grado, vero punto di riferimento per la borghesia e
nobiltà austriaca.
Gite, escursioni domenicali, visite alle città collegate
dai trasporti pubblici, rappresentavano l'unica occasione
di turismo poiché i mezzi economici e la situazione sociale
non permetteva un turismo di soggiorno.
Va ricordato in questo periodo il ruolo notevole avuto dalle
società alpinistiche ed escursionistiche regionali quali
la Società Alpina Friulana e la Società Alpina delle Giulie
nella promozione, nella conoscenza, e nella organizzazione
di una rete di rifugi di base delle montagne carniche e
delle Giulie.
-
Il periodo fra le due guerre
Anche nel periodo interbellico la situazione non cambiò
di molto per il turismo montano, in quanto i flussi turistici
erano indirizzati verso le spiagge del Friuli e dell'Istria
e Dalmazia, divenute italiane, o verso il teatro degli eventi
bellici nel Goriziano e nel Carso.
Solo Tarvisio, con Malborghetto e Valbruna, anche in seguito
all'annessione all'Italia, fecero grandi progressi potendo
contare sulla doppia stagione estiva ed invernale, specie
ora che lo sci cominciava ad affermarsi come sport non più
riservato a pochi appassionati. Il Tarvisiano si trovò così
al centro di un significativo flusso turistico che lo sceglieva
sia per la bellezza dei luoghi e delle pareti delle Giulie
che per la buona possibilità di collegamento viario e ferroviario
e per l'ottima rete di rifugi alpini.
La Carnia invece, sia per le difficoltose comunicazione,
che per la scarsa presenza di alberghi rimase marginale
e sfiorata solamente dal traffico di transito dei turisti
friulani e giuliani che si recavano nel vicino Cadore, in
Pusteria o nel centro bellunese di Sappada, che a partire
dagli anni Trenta, diventerà meta favorita per molti regionali
sia d'estate che d'inverno.
-
Il secondo dopoguerra
Il nuovo periodo postbellico e il ridisegno del confine
videro il rilancio delle stazioni balneari di Grado e soprattutto
di Lignano, che divenne il polo trainante del turismo regionale.
Ma anche la montagna, con lo sviluppo del turismo di massa,
dovuto alla diffusione dell'automobile e delle ferie pagate
per tutti i lavoratori, cominciò ad avere un ruolo nel turismo
regionale. Accanto al Tarvisiano si sviluppano i poli di
Ravascletto (1956), Forni di Sopra (1962), oltre a quello
ormai consolidato di Arta Terme e, su scala minore, alcuni
centri delle Prealpi Carniche e Giulie. Successivamente
acquistano importanza i centri di Piancavallo nel Pordenonese
e, con alterne fortune, Sella Nevea nel cuore delle Giulie.
-
Il settore turistico oggi
Il fenomeno turistico, a differenza di altre aree alpine,
non è stato un elemento portante e centrale della vita economica
della montagna friulana, ma piuttosto un elemento comprimario
e d'integrazione con le altre realtà economiche.
A fronte di un enorme potenziale turistico, la montagna
friulana non ha saputo rispondere in maniera adeguata, tranne
forse gli sforzi degli ultimi anni, a causa di una scarsa
dotazione di attrezzature ricettive e di supporto e basandosi
principalmente su iniziative imprenditoriali esterne e facendo
largo affidamento, forse troppo, sugli interventi pubblici.
Il concentrare soprattutto gli sforzi, a partire dagli anni
Sessanta, nel settore del turismo invernale e sciistico,
in situazioni morfologiche e d'innevamento non sempre favorevoli,
ha concentrato ingenti risorse finanziarie su pochi poli
che non sempre hanno dato i risultati attesi.
Solo di recente a fronte dell'apparire di nuove forme di
turismo - verde, agriturismo, della terza età, culturale,
sportivo - la montagna friulana sembra aver trovato nuovi
stimoli, diversificando l'offerta, migliorando le infrastrutture
e le strutture recettive, curando la ristorazione e l'offerta
enogastronomica, crescendo in professionalità e cercando
in generale di valorizzare l'enorme potenziale turistico
del territorio, come ad esempio la rivalutazione dei centri
storici minori (Sauris).
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE [n.10]
|